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giovedì 28 aprile 2011
sabato 16 aprile 2011
Premio "Miglior Libro", recensione
Le verità di fango. Enigma rosso Questo nuovo romanzo di Atzeni ricorda in un qualche modo quelle chiese antiche che nei secoli hanno avuto diversi rimaneggiamenti e che devono il loro fascino e bellezza proprio alla loro unicità di armoniosa fusione di stili diversi. Ecco “Le verità di fango. Enigma rosso” è un po’ come quelle chiese, infatti è thriller , è noir, è saggio allo stesso tempo, generi che si fondono senza disturbarsi, anzi, in un’unica storia figlia, sì, di diversi modelli ma che si nutrono vicendevolmente e che ti prende lasciandoti col fiato in sospeso dalla prima all’ultima pagina. Ambientato in una Cagliari lontana ombra della solare “città del sole” di Alziator, la stessa città sembra respirare lo stesso clima cupo, opprimente e carico di tensione che i protagonisti respirano, con essi vive in osmosi e sembra osservare impotente lo sfacelo sociale che si consuma davanti ai propri occhi, come a quelli dei protagonisti. Acquista un’anima Cagliari quindi nelle pagine di Pietro Atzeni, un’anima che la rende compartecipe delle umane vicende. Ed è l’anima di Salvatore Spanu, di Luigi, di Paolo impegnati in una lotta senza tregua a contrastare gli effetti nefasti di una politica figlia del delirio di onnipotenza di pochi, che si adombra dietro ideali di libertà e Democrazia utilizzati però come grimaldello per scardinare lo Status quo e sostituirsi ad esso. Ma questa politica che vuole ridurre al minimo il potere dello Stato, che predica le privatizzazioni è come una valanga che mette in movimento inarrestabili interessi, voraci e rapaci, locali e globali e, pur di soddisfarli, non c’è crimine che non si possa commettere. E così sfilano davanti ai nostri occhi personaggi come Villa il direttore dell’ias che, a seguito della privatizzazione del suo ente, prima scompare con alcuni milioni di euro e poi viene poi ritrovato cadavere, raggirato dalla bella vedova Uccheddu . Avventurieri come il misterioso Bacalov, un estone che si dice ispirato e consigliato da Rasputin, venuto in Sardegna a concludere buoni affari con agenti segreti russi che gli stanno alle calcagna. E poi i politici sempre pronti a ghermire l’affare, che spesso loro stessi creano, per le lobbies che rappresentano e li sostengono. Tanti altri sono i personaggi del romanzo, ma tutti legati, per un motivo o per un altro, a un unico filo conduttore e cioè la nuova economia, che viene indagata, studiata e mostrata al lettore in maniera chiara e semplice ed è in fondo il motore del romanzo attorno al quale tutti ruotano, volenti o no. Un capitolo a parte meriterebbe la interessante teoria economica all’interno del romanzo, che vediamo nascere e crescere con gli occhi di Salvatore grazie al suggerimento dal carcere di Francesco Atzori, il politico corrotto ormai redento, che dimostra come in fondo chi ha concepito la globalizzazione lo ha fatto col solo fine di mangiarsi gli stati e dominarli. Bellissimo il confronto indiretto fra le due scuole di pensiero al Consiglio regionale fra Angelo Deidda e Salvatore Spanu e cioè fra chi, come il primo sostiene la vendita dei beni pubblici, e il secondo, forte della sua teoria economica, contrario, che dimostra, tra gli applausi, come lo stato di necessità invocato sia creato ad arte. Da una apparente storia di fantasia, scaturita dal provvidenziale tentato furto delle tavolette d’argilla a casa di professor Olla, viene fuori quindi un quadro dei nostri giorni fedele e impietoso e il messaggio profondo che questo mondo è così perché noi lo abbiamo voluto. Alla coscienza di ciascuno di noi la scelta se sia arrivato il momento di scrivere, magari in altre tavolette, una storia diversa. Marina Piga
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domenica 20 febbraio 2011
A futura memoria
E’ luogo comune dire che la legge Mammì abbia disciplinato l’etere fino ad allora una sorta di “far west”, per usare una frase cara allo stesso Ministro che ne fu il promotore. Lamentava il Ministro Mammì nella presentazione della sua legge le numerose cause in tribunale per la contesa di una frequenza, e ciò per lui era evidentemente disdicevole. Questo è certamente vero ma comunque era un segno di democrazia, che con la sua legge si è dissolto consegnando le frequenze e l’informazione a pochi gruppi di potere. Prima dell’uscita della legge Mammì infatti esistevano in Italia 1500 emittenti locali ma seguito della legge che imponeva condizioni capestro per la maggior parte di esse ne rimasero poco più di 500. Il far west, caro Ministro, è semmai questo, è la sua legge, con tutto ciò che ha trascinato appresso, criminalità compresa, sorta di pistola puntata sulla tempia del malcapitato per costringerlo a dismettere l’uso di una frequenza a vantaggio di poteri occulti e prestabiliti. Come nel far west appunto, caro Ministro, ha vinto la legge del più forte ma di questo, credo, ci sia ben poco da menarne vanto. Nei post che seguiranno parlerò della mia assurda vicenda personale, relativa alla mia televisione, Canale 60, esemplare per quanto detto sopra e molto illuminante del periodo. In attesa faccio un appello e chiedo a chiunque abbia avuto una analoga esperienza a quella che seguirà di contattarmi qui nel blog.
Pietro Atzeni
Pietro Atzeni
lunedì 14 febbraio 2011
Adesso basta: i problemi sono ben altri
Adesso basta: i problemi sono ben altri
Pare che nel nostro paese circolino ogni anno circa tra le 50 e le 70mila giovani donne straniere che operano nel mercato del sesso. Vengono qui da noi spesso attirate col miraggio di un lavoro che le riscatti dalla miseria e povertà del paese di provenienza per dare così alla propria vita una prospettiva migliore. Provengono dai paesi dell’Est, albanesi rumene, polacche, o dai paesi africani in via di sviluppo. Esercitano alla luce del sole se così si può dire. Eppure molte di loro hanno dietro una storia di violenza inaudita. Attirate con inganno in un paese straniero col miraggio di un lavoro da persone prive di scrupoli sono costrette a una vera e propria segregazione al di là dell’apparente libertà, costrette a battere per strada per pagarsi i debiti contratti per il privilegio di trovarsi in occidente. Chiunque di noi può vederle, chiunque di noi può guardare in fondo ai loro occhi e ben pochi non rimanerne turbati da una stretta al cuore. Altra storia sono le ormai famose escort. Rappresentano l’aspetto emancipato della professione. Sono insomma delle libere professioniste che affittano il loro corpo per delle cifre da capogiro e comunque per una cifra che va ben al di là dei 30 euro, quando va bene, delle colleghe di strada e in questa loro breve carriera possono mettere da parte un gruzzolo importante per dare una svolta alla loro vita. Fatta questa premessa vi pongo una domanda: quale categorie di donne, la cui condizione vi muove a indignazione, vi sentireste di difendere e per le quali vorreste di dire “adesso basta”? Una volta data la risposta chiedetevi perché ieri 13 febbraio la manifestazione a difesa della donna era contro quell’altro tipo, quella emancipata che di tutela proprio non ha bisogno? Meditate gente, meditate, anche se non siete berlusconiani come me.
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mercoledì 29 dicembre 2010
domenica 5 dicembre 2010
domenica 24 ottobre 2010
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